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Il mio ragazzo dagli occhi azzurri

noi

 

A questo blog sta già venendo da vomitare visto che lo nomino tutti i giorni, ma non ci posso fare nulla. Penso spesso a lui e alla voglia che ho di buttargli le braccia al collo e di sentire il sapore delle sue labbra.

Ieri sera alla fine non è venuto, e non si è nemmeno fatto sentire. Mentre rientravo dal lavoro c’è stato un attimo in cui ho avuto una regressione e mi è montata addosso una rabbia furiosa per il fatto che non si è nemmeno degnato di mandarmi un messaggio. Avrei preso in mano il telefono e scritto un messaggio al vetriolo. Ma è stato un attimo, è passato e ho lasciato perdere.

Nonostante non si sia nemmeno fatto sentire per confermarmi che non sarebbe venuto, riesco ancora a pensare a lui con tenerezza, con un sorriso e con voglia di vederlo.

Non nascondo che adesso vorrei però che si facesse sentire lui. Vorrei che mi manifestasse la sua voglia di vedermi e di stare con me. Forse adesso riesco ad aspettare un attimo senza farmi travolgere dalla rabbia e senza prendere poi decisioni di impeto.

Mi piacerebbe ricevere un messaggio carico di voglia di vedermi. Vorrei che insistesse fino a quando non cedo. Vorrei che mi chiedesse di invitarlo ancora a cena, vorrei sentire che ha voglia di stare con me.

Forse voglio troppo. Io non penso. Credo di volere il giusto. Il giusto per me.

Orgoglio

leone

 

Stamattina sono stata chiamata in direzione. Per un attimo mi sono tremate le gambe, visto che l’altro ieri ho cazziato di brutto una cliente e la voce è arrivata subito alla responsabile. Che di solito coltiva solo il suo orticello e fa tutto tranne che la responsabile, ma stavolta ha deciso di metterci il naso a seguito di una soffiata di qualcuno che era meglio si facesse i cazzi propri e andasse avanti a fare il lavoro per cui è pagato.

Invece no. Sono stata chiamata perché si è deciso di affidarmi un altro incarico, di responsabilità: seguire un altro ufficio di zona con il compito di far crescere le persone che ci lavorano fino a renderle indipendenti. Che bello. Sono contenta. E’ un lavoro che mi piace tanto e poi le persone mi sembrano in sintonia con me. Così, da una valutazione di pancia fatta ieri. E mi è stato detto che loro sono molto contente che sia io a seguirle.

Pensavo prima se questo potrebbe essere il segnale del fatto che la mia collaborazione continuerà anche dopo la scadenza del contratto, o se invece stanno sfruttando finché ce l’hanno una risorsa valida e poi mi daranno un sonoro calcio nel sedere.

Non so. Come sempre penso troppo e forse adesso questi pensieri sono prematuri. Però è come se sentissi che questo lavoro e questo ambiente sono proprio fatti per me, mi calzano a pennello.

Tra l’altro mi è stata pure chiesta un’opinione sulle colleghe e sulla responsabile dell’ufficio in cui sto lavorando ora. E io ho detto tutta la mia verità, fuori dai denti proprio.

Pensavo prima che io vorrei ricoprire il ruolo della responsabile. Sono sicura che ne sarei in grado. Ci sarebbero dei problemi di riconoscimento della mia posizione visto che sono appena arrivata e sono anche praticamente la più giovane, ma una cosa è certa: ho le competenze e soprattutto il carattere.

Perché per fare bene questo lavoro le conoscenze non bastano. Ci vuole anche un certo tipo di atteggiamento mentale e il carattere adeguato.

E io sono convinta di averli entrambi.

La domanda principe

domande

Ieri sera, mentre mi facevo mille elucubrazioni mentali (tanto per cambiare) su ciò che è successo, su quello che è stato detto, sul mio costante senso di inadeguatezza e su quella stramaledetta paura di essere esclusa e lasciata sola, ad un certo punto una domanda mi ha colpita come un fulmine: ma io, con queste persone, ci sto bene veramente?

Bella domanda. La verità è che non lo so. L’unica cosa che so è che da quando ho questo quesito che mi frulla in testa tutto il resto è passato in secondo piano, quasi non ci penso più.

Io credo che la mia anima sappia già la risposta, da tanto tempo. Devo solo darmi il tempo di lasciarla uscire e il coraggio di guardarla in faccia.

Mi sa che lassù qualcuno mi ha ascoltata. Come sempre.

In attesa di lui …

Attesa

 

Ieri gli ho mandato un messaggio spiritoso. Mi ha risposto quasi subito ridendo come un matto. L’ho invitato a cena stasera, mi ha risposto dopo diverse ore che non sapeva dirmi perché in realtà avrebbe un impegno con un amico. Gli ho risposto con un “va bene …” seguito da un bacio.

Ho deciso di non agitarmi. Se mi dirà che viene mi inventerò all’ultimo momento una cena, altrimenti niente. Sarà per un’altra volta. Poi non ditemi che non sto facendo progressi.

Ho una voglia di vederlo che sto scoppiando. Continuo a pensare a come vorrei che fosse il nostro incontro. E soprattutto continuo a pensare al momento in cui lo vedrò entrare dalla porta con la sua aria da gentleman finto trasandato e quella faccia da schiaffi che adoro. Ho sempre davanti il biondo dei suoi capelli e l’azzurro ghiaccio dei suoi occhi, non riesco a pensare ad altro. Alla faccia del “preferisco i mori”. L’ho già detto che mi piace da morire?

Io mi sento diversa. E quindi vorrei che fosse tutto più naturale e più vicino a come sono io e a ciò che desidero. Chissà se è anche quello che vuole lui. Credo che lo scoprirò presto.

Mi vedo davanti agli occhi la scena di noi due a cena che chiacchieriamo, mangiamo e beviamo amabilmente, scherzando come facciamo sempre. Con me che lo prendo in giro e con lui che fa finta di arrabbiarsi e mi dice “stronza”.

E già mi pregusto il momento in cui mi siederò sulle sue ginocchia e con aria saccente gli dirò che voglio vedere i risultati della palestra perché delle parole non mi fido …

Ho voglia di lui. E di me con lui. Ho voglia di noi.

Pensieri sconclusionati

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Oggi mi sento strana. A parte questa stanchezza devastante, come se avessi dei plinti di cemento al posto delle gambe. Che tornerei nel letto sotto il piumone fino a dopodomani. Faccio fatica a concentrarmi e ho paura di tutto, soprattutto del futuro e di quello che accadrà.

Sto facendo dei passi grandi, importanti. Sto rivoluzionando la mia vita e il mio modo di pormi rispetto a tutto quanto. E mi sento affaticata e stanca. Con tutte le mie ansie concentrate in gola, con lo spettro di cosa succederà tra qualche mese e con l’angoscia delle conseguenze che certe mie immobilità avranno su di me e sulla mia vita.

A volte mi sento bloccata nel fare le cose. Continuo a rimandare, non le faccio, scadono i termini e poi si presentano i problemi. Su altre cose invece sono precisissima e rigidissima. Non ho mezze misure, come sempre.

Se potessi fare proprio tutto tutto quello che voglio, adesso chiuderei tutto qui e partirei alla volta di casa. Manderei un messaggio a lui e passerei tutto il pomeriggio sotto il piumone a fargli e a farmi fare le coccole. Me lo stropiccerei di baci. E riderei con lui dopo aver fatto l’amore. E poi faremmo ancora l’amore e dopo rideremmo insieme. A tratti ho una voglia di vederlo fortissima, ma è un qualcosa che non mi pesa perché lui non è qui, anzi. E’ una voglia di lui che mi fa stare bene, mi rende felice. Paradossalmente sto bene anche se non so se e quando lo vedrò, anche se non mi ha più scritto. Quando ci penso mi viene in mente il suo sguardo quando settimana scorsa mi ha vista al ristorante dove lavora, e mi spunta subito il sorriso sulle labbra. Lo so che l’ho già detto ma lo ridico e lo ridirò facilmente altre mille volte: lo adoro. Forse sto davvero facendo qualche passo avanti.

Forse la cura di tutto quanto è davvero nell’oblio.

C’è chi va avanti e chi no …

andare avanti

 

Sto scoprendo che non tutti hanno la capacità di andare oltre. Qualcuno, che parla parla tanto, poi quando è il momento si trincera dietro le proprie rigidità ed i propri schemi e vi rimane ancorato. Alla faccia della flessibilità, del “in amicizia ci si deve perdonare”, del “io sono una persona equilibrata”. Equilibrata un par di palle.

Adesso mi sto rendendo conto di che specchio enorme le stia tenendo in mano io: lo specchio della sua enorme rigidità. Adesso però che la mia rigidità sta andando sgretolandosi piano piano, voglio proprio vedere che fine fa sto cazzo di specchio. Sospetto che potrei romperglielo sulla testa.

Più ci penso e più certi comportamenti mi sembrano incredibili. Una faccia tosta veramente da record.

Io sono andata oltre, e qualcuno mi ha già seguito. Chi vuole venire è ben accetto, gli altri vedano un po’ loro cosa vogliono fare.

Chissà …

pensieri

 

Non lo so se ho fatto bene o male a fare quella telefonata. Non capisco se fa ancora parte della vecchia me che cerca di abbozzare e di sistemare tutto o se invece è l’espressione della nuova me che sta abbandonando un po’ di rigidità e di pesantezza senza rinunciare a se stessa.

Ci penso e mi sovviene che sono una grande. Perché non so quanti avrebbero preso in mano il telefono e detto le cose che io ho detto. Difatti, se non fosse stato per me, saremmo andate avanti così fino alle calende greche. Che poi, in realtà, non so cosa sia risolto e cosa realmente cambierà. La differenza sostanziale è che adesso so di avere fatto tutto quello che era in mio potere per cercare di risolvere le cose. A questo punto, la palla passa dall’altra parte.

Mi sa che sto adottando la stessa metodologia che ho adottato con lui. Un po’ più di flessibilità, soprattutto nel non vedere sempre e comunque tutto contro di me. Come se io fossi al centro dell’universo e dei pensieri degli altri. Ma anche no.

Poi potrebbe anche succedere che le cose non tornino più come prima perché io decido così. E’ un dato di fatto che per me si è rotto qualcosa. Ho capito che c’è una enorme differenza tra chi dice di essere un amico e chi invece lo è veramente. E ho capito che chi lo è non ha bisogno di continuare a dirlo. E, invece che trincerarsi dietro le sue presunte ragioni, è disposto a fare un passo verso l’altro.

Però abbandonare un po’ di rigidità mi aiuta a rimanere più tranquilla e più concentrata su me stessa.

E fare quella telefonata mi ha dato ancora più consapevolezza della persona che sono.

Confusione

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Come sono entrata dalla porta, ho visto che lei era lì. Era venuta, era passata davanti alla mia porta e manco si era sognata di suonarmi e di farmi un saluto. L’altra ha spiegato subito la sua presenza con una scusa, ma mi è stato evidentissimo che si stesse giustificando con me.

Io non sono riuscita a fare totalmente finta di niente. Io sono fatta così, ci rimango male. Mi faccio delle domande. Poi ho capito che mi voglio scrollare di dosso il vittimismo e il fatto di sentirmi sempre colpita ed abbandonata dagli altri. Ma resta il fatto che non sono disposta a rinunciare a me stessa e ai fondamenti in cui credo. E per me i fondamenti di una vera amicizia sono che se io passo davanti alla tua porta ti busso. Ti saluto, ti chiedo come stai. A maggior ragione se abbiamo discusso.

Ma mi sa che il problema è proprio quello. Che si è tanto parlato in questi mesi di vera amicizia e invece di vero non c’è proprio nulla. Comincio a pensare che abbia fatto centro quella persona che settimana scorsa mi ha detto che i veri amici sono pochi e bisogna tenerseli stretti.

Non lo so. A tratti sono sicura, in altri momenti sono piena di dubbi su me stessa. Mi domando se mi sto comportando nel modo più giusto per me, se sto agendo secondo quello che sento veramente o se mi sto facendo trascinare come sempre dal mio vissuto e da tutto ciò che ho subito nella vita. Mai come ora mi rendo conto di quanto io sia influenzata dalla vita che ho fatto. Da quanto certe esperienze mi abbiano segnata. Ora però certi schemi mentali sono diventati un fardello troppo pesante da portare. Desidero liberarmene ma non so come fare. Non so da che parte cominciare.

Non fa più parte di me raccontare balle, e quindi non voglio dire una bugia oggi. Ma, detto sinceramente, non ho nemmeno voglia di ritrovarmi in un covo di vipere, dove come al solito mi viene puntato un dito contro e dove comunque, prima o poi, vengo messa all’angolo. Perché in verità è così che in questi mesi mi sono sentita: colpita e poi aggredita da tre lupi affamati.

A tratti penso che questa mia metafora sia eccessiva. A tratti invece penso che sia realmente ciò che è successo. Perché come dicevo ieri sera al mio migliore amico, io sono una persona di un certo tipo. Sono forte e sto diventando ogni giorno più consapevole di me stessa. Sono una che, nel bene e nel male, non ha paura di mostrarsi per quella che è. Non ha paura dei propri sentimenti, delle proprie emozioni. E nemmeno dei propri mostri. Perché ho smesso di combatterli e sto imparando a conviverci. Perché fondamentalmente mi voglio bene così come sono, con tutte le mie magagne. Ma anche con tutte quelle caratteristiche che adoro e che ritengo facciano di me una persona di valore e di spessore.

Adesso più che mai mi sento divisa in due parti. Mi sento come se mi avessero tagliata a metà con un’ascia e avessero gettato una parte al polo nord e l’altra al polo sud. Per un verso mi sento forte, consapevole di me stessa e di ciò che sto diventando. Sto acquisendo serenità e tranquillità interiore. Per l’altro verso mi sento ancora come una bambina indifesa, sempre colpita e attaccata dagli altri. Mi sento come se certe persone non avessero altro da fare nella vita che prendersela con me, e questo mi destabilizza.

Sono un po’ confusa. Un po’ tanto. E quando sono confusa pasticcio, faccio cose che forse non andrebbero fatte. Poi a tratti ho dei barlumi di lucidità. Mi viene in mente che proprio ieri sera ho detto che non a caso mi stia succedendo questo in un momento in cui non ho paura di rimanere da sola. Forse perché la vita mi sta dando l’opportunità di scegliere in totale libertà ciò che veramente voglio per me e per la mia esistenza. E mi viene anche in mente ciò che mi ha detto la dottoressa durante una delle ultime sedute: che la vita mi ha rigettata nel mio trauma per darmi la possibilità di uscirne in maniera diversa. Perché il senso di inadeguatezza ed il vittimismo per me sono sempre stati un’arma di difesa, ma ora non mi servono più.

Solo che non so cosa fare. Se ci penso mi sento come una “tabula rasa”.

E allora mi attacco a quello che la persona che più mi è vicina in questo momento mi ha detto ieri sera “Io dall’esterno sto vedendo ciò che stai facendo e ciò che stai diventando. Ed è meraviglioso, fidati”.

Sempre lui …

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Ieri gli ho mandato un messaggio. Dopo più di un’ora non mi aveva ancora risposto. Ho un po’ brontolato, lo ammetto. Ma ho cercato di prenderla con leggerezza.

Invece mi ha risposto. Dopo un’ora e mezza. Mi ha fatto piacere ma non mi sono strappata i capelli dalla contentezza. Forse sto facendo progressi.

L’ho invitato a cena una sera che non lavora. Non abbiamo mai cenato insieme. Abbiamo solo bevuto e scopato. Tanto, soprattutto scopato. Adesso ho voglia di preparargli una cena, di mangiare con lui, di guardarlo negli occhi, di ascoltare quello che ha da dirmi. Ho pensato che forse è stato lontano per il mio atteggiamento non proprio rilassato. O forse no. O forse la pianto di pensare al perché e al percome che è meglio.

Ho solo voglia di stare con lui una sera. Di preparare qualcosa di buono da mangiare. Di farmi bella per lui. Di vederlo entrare dalla porta con la sua cresta bionda, gli occhi azzurri, e quella faccia da schiaffi che mi fa venire prima il nervoso e poi subito dopo la voglia di baciarlo e di strappargli i vestiti di dosso. Lo adoro. Adoro la sua faccia tosta, adoro quando fa il permaloso e si offende per niente. Adoro quando fa il gradasso e subito dopo diventa triste per paura che io non lo voglia più vedere. Adoro quando mi guarda e leggo nei suoi occhi quanto gli piaccio. Adoro quando vado a mangiare nel ristorante dove lavora e lui mi manda i messaggi sul cellulare per dirmi quanto sono bella.

Adoro la sua fretta di togliermi i vestiti di dosso, adoro quando capisco che non ha mai fatto l’amore come si fa veramente con una donna. Adoro quando mi dice “ma sei sicura di avere gli anni che hai?”, adoro quando mi tiro indietro apposta e lui si arrabbia e mi salta addosso. Adoro quando metto in dubbio le sue arti amatorie e lui mi dice “stronza”. Adoro quando si lamenta che il mio letto è corto e poi si addormenta come un bambino mentre io gli sto ancora parlando insieme. Adoro quando si gira e mi abbraccia da dietro continuando a dormire. Adoro quando si mette a brontolare perché è in ritardo ed esce di corsa da casa mia ancora con metà vestiti da allacciarsi.

Lo adoro e ho voglia di godermelo. Così, con un po’ di leggerezza.

A scuola di leggerezza

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Ci penso e mi rendo conto che la mia vita è stata pesante. A tratti di una pesantezza veramente enorme. Costellata di montagne da affrontare, dolori, abbandoni, perdite, ambienti famigliari ostili. Un regista ne tirerebbe fuori un film drammatico di quelli che dopo un quarto d’ora ti sei già buttato in mare con una pietra al collo.

E più ci penso e più non mi stupisco di non sapere neanche dove stia di casa la leggerezza. Non so cosa significhi prendere le cose un po’ come vengono, così, senza preoccuparmi troppo. Perché nella mia vita, invece, ho sempre dovuto preoccuparmi più del dovuto. Perché per sopravvivere alle intemperie ho affrontato cose gigantesche in età dove altre persone giocavano ancora con le bambole. Se sono ancora qui significa che avevo le forze per farlo e che la vita me le ha date per quello. E sono grata per la consapevolezza che sto acquisendo sulla mia forza.

Ma adesso tutta questa pesantezza, tutta questa serietà, iniziano a pesarmi davvero tanto. Inizio a sentire la fatica di una vita passata a risolvere grane, a lottare per sentirmi amata, a lottare per far capire alla gente ciò che voglio dire.

Sono stanca e non ho più voglia di combattere. Ho voglia di vivere in maniera diversa. Ho voglia di prendere la vita un po’ meno sul serio, di preoccuparmi un po’ meno di tutto e di tutti, di dare meno peso a quello che succede e soprattutto ad ogni parola che esce dalla bocca di qualcuno.

Perché io sto quasi sempre attenta a quello che dico, ma gli altri no. Dicono una minchiata dopo l’altra, poi se tu fai notare che magari ti ha dato fastidio, allora ti saltano addosso perché “tu sei una che se la prende”. Buona la scusa. Ma siccome gli altri non possono cambiare, e questo l’ho imparato sulla mia pelle, sta a me variare qualcosa.

Poi tra il dire e il fare ci sta di mezzo il “non so come”. Non credo ci siano regole scritte, per cui l’unica cosa che mi resta da fare è procedere nella mia vita di tutti i giorni tenendo presente il motto “leggerezza, leggerezza, leggerezza”.

Non ho capito se mi trovo nel terzo specchio, e se quindi la leggerezza mi manca perché ce l’avevo e l’ho persa nel corso delle mie vite precedenti, o se proprio non l’ho mai avuta e quindi mi attira. Ascoltandomi dentro propendo di più per la prima, ma a questo punto è anche poco importante stabilire questa cosa.

Mi aspetta una strada tutta in salita.

O forse no. Leggerezza tesoro, leggerezza.